Disponibile da aprile 2026

AMARCORD - racconti di un ragazzo del Casentino

di Donato Moneti

1a edizione Aprile 2026 - Bossura grecata e fresata, copertina rigida, formato A5, 100 pagine.
ISBN: 979-12-243-2170-5

A cura di: Giada Moneti
Ideatore e produttore del progetto editoriale: Andrea Moneti
Fotografie: © 2026 Andrea Moneti

Per info e richieste: andrea@andreamonetifotografie.com

AMARCORD

Descrizione


Ci sono storie che non nascono per intrattenere, ma per custodire una memoria. È questo il senso profondo del libro dedicato ai ricordi d’infanzia di Donato Moneti: non un racconto costruito a
tavolino, ma un insieme di frammenti di vita vissuta, pagine nate dall’esperienza reale e affidate alla scrittura perché non andassero perdute.
Il volume raccoglie dei ricordi degli anni della guerra, dello sfollamento, della liberazione e del ritorno a casa di una famiglia del Casentino. Attraverso lo sguardo di un ragazzo, la storia torna a mostrarsi nella sua dimensione più concreta e umana: quella delle privazioni, della paura, della sopravvivenza quotidiana, ma anche della dignità e della speranza.
Il libro contribuisce a una riflessione più ampia sull’importanza delle storie nella formazione delle persone. Le storie, infatti, non servono solo a intrattenerci: educano, orientano i comportamenti, contribuiscono a formare la memoria e, attraverso la memoria, la nostra identità. È in questo senso che anche un insieme di ricordi personali può assumere un valore che va oltre la dimensione privata.
La testimonianza di Donato acquista particolare rilievo proprio perché restituisce voce a una persona comune, una di quelle che la storia raramente mette in primo piano. Eppure sono proprio le persone comuni, quelle che restano, che sopravvivono e ricominciano, a ricostruire davvero il tessuto della società dopo le tragedie.
Il valore del libro sta dunque nella sua autenticità. Non propone una morale esplicita, ma consegna al lettore una memoria vera, capace di parlare ancora al presente. Perché la guerra non è mai soltanto un fatto politico o militare: è prima di tutto un’esperienza umana che entra nelle case, spezza abitudini, cambia per sempre il modo di guardare il mondo.
L’opera invita anche a una riflessione attuale: le sofferenze raccontate in queste pagine appartengono al Novecento, ma parlano ancora al presente. In un tempo in cui guerre, oppressioni e migrazioni forzate continuano a segnare la vita di molte popolazioni, e in cui nuovi conflitti colpiscono ancora civili, famiglie e bambini, questo libro richiama il valore della memoria.
Ricorda infatti quanto la storia, se dimenticata, possa ripetersi con altri nomi e in altri luoghi. Per questo l’opera non appartiene soltanto alla sfera familiare da cui nasce, ma assume anche un valore civile, invitando a riconoscere che ogni esistenza, anche la più umile, può custodire un frammento di verità storica e a riscoprire, nella memoria, una ragione profonda di pace.

INTRODUZIONE

di Andrea Moneti

«Donato è mio babbo. Questi sono i suoi ricordi, battuti a macchina su fogli bianchi, con quella cura precisa che aveva in tutto. Li aveva poi fotocopiati e racchiusi in una cartellina verde, di quelle con le alette interne e l’elastico che chiude piano, come a proteggere qualcosa di prezioso. Credo li abbia scritti quando era già in pensione, verso il 1991-92. Erano gli anni in cui si era iscritto ai corsi dell’Università dell'Età Libera a Firenze: non tanto per riempire il tempo quanto per curiosità, per quel bisogno di capire e di scoprire che non l’ha mai abbandonato.Mi diceva spesso che avrebbe voluto imparare altre lingue. Gli piaceva l’idea di poter parlare con chiunque, di aprirsi al mondo anche solo con le parole.

Donato era il quinto di sette figli: Primetta, Gabriella, Giovanna, Gino, Donato, Dina, e Mara (Tina). Una famiglia numerosa, come usava a quei tempi. Suo babbo, Pasquale, e la mamma, Elisabetta, erano originari di Bibbiena nel Casentino — una verde vallata della provincia di Arezzo, attraversata dal fiume Arno che lì è ancora giovane, largo appena una decina di metri nei punti più ampi, alimentato dai suoi affluenti — Archiano, Corsalone — e torrenti che scendono veloci dai monti del Falterona e del Pratomagno, tra boschi e castagneti. Allora le acque erano limpide, tanto che si pescavano le trote e i cavedani con una semplice canna di sette metri.

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E sempre lì sei voluto tornare anche tu, accanto ai tuoi genitori e ai compagni di una vita, nella terra che sentivi tua e che ti apriva il cuore ogni volta che il profilo di Bibbiena compariva lungo la strada.

Ricordo che questi stessi racconti ce li narravi anche a voce ogni volta che ci vedevamo, con il tuo modo pacato di raccontare: seduto sulla tua poltrona, gli occhi semichiusi, come a rivedere alcune immagini nella mente, prima di descrivercele. Col passare degli anni ti ritrovavi spesso a ripetere le stesse storie e mi accorgevo che, ogni volta, il racconto si faceva un po’ più essenziale. I fatti restavano ma i particolari si assottigliavano, sostituiti da un gesto della mano, da un sorriso, da un verso: come se la parola cedesse il posto al ricordo puro. All’inizio pensavo fosse un modo per non ripetersi. Poi ho capito che era il naturale logorarsi della memoria, che piano piano sfuma i contorni senza cancellare l’essenza.

Questi sono i ricordi che hai scelto di fissare, perché non svanissero.
E io solo dopo quattro anni dalla tua scomparsa, sono riuscito a leggerli per intero e a riportarli per scritto, fermandomi più volte, sopraffatto dall’emozione di ritrovare, in ogni parola, la tua voce. Solo rileggendoli ho capito — troppo tardi — che il tuo carattere si è formato attraverso l’esperienza della privazione. Per chi, come me, ha sempre vissuto senza conoscere la fame, quella vera, e con un tetto sicuro sopra la testa, è difficile comprendere fino in fondo il valore che davi alle cose, alle persone, alla vita stessa. Tu avevi sperimentato la mancanza e per questo sapevi apprezzare la pienezza: la famiglia che cresceva, i figli, i nipoti, la casa costruita giorno dopo giorno, senza più paura.

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Il tuo racconto dello sfollamento è oggi più attuale che mai. Risuona nel presente, davanti agli orrori della guerra e alle sofferenze di popoli che ancora subiscono violenza e privazione. Le tue parole ci ricordano quanto la storia, se dimenticata, sappia ripetersi con altri nomi e in altri luoghi.

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tuo figlio Andrea»